lunedì 14 maggio 2018

Milano è la mia città ma adesso bisogna raccontarla meglio - intervista ad Alessandro Robecchi

Giornalista, autore televisivo e scrittore Alessandro Robecchi è una delle personalità letterarie più eclettiche e amate dai lettori italiani. I suoi libri sono letti da giovani e meno giovani e piacciono a tutti per la sua grande capacità di raccontare e descrivere e per le sue storie sempre affascinanti e nuove. Follia maggiore è il suo ultimo lavoro pubblicato con Sellerio nel 2018 dove il giallo si sposa con il romanticismo e l’indagine poliziesca con l’intuizione di una coppia davvero insolita.

Lo abbiamo intervistato e ci siamo fatti raccontare proprio tutto.


Alessandro parliamo di quello che succede nelle pagine di Follia maggiore, le chiedo è possibile che un antico amore possa rivoluzionare e scuotere la vita di un anziano tranquillo e riservato? E perché ha deciso di partire da un amore per scrivere un giallo?
Ma gli amori, antichi, o contemporanei, non servono proprio a scuotere le nostre vite? Il vecchio Serrani ha grossi rimpianti che si intrecciano con un grande rimorso, ma ha anche delle ambiguità: sarà davvero il dolore di un grande amore perduto a guidarlo? O un egoismo sfrenato? Ossessioni, capricci, passioni… Serrani è un personaggio a cui tengo molto proprio perché contiene tutto questo in modo piuttosto inestricabile, e vedo che i lettori si dividono tra chi lo legge in modo… diciamo ultraromantico, a suo agio nel melodramma, e chi ne intravvede il cinismo. Benissimo. Quanto all’amore… amore, avidità, odio, invidia, gelosia… le grandi passioni fanno fare cose strane agli umani, sono sempre le stesse da migliaia di anni, ma ogni volta sono nuove.

Nel suo romanzo colpisce moltissimo la costruzione dei personaggi: un mago, un investigatore sui generis e due poliziotti segugi. Come è riuscito a mettere insieme tutti loro e a farli piacere anche ai lettori?
La faccenda di avere due squadre di investigatori, una anomala (il Monterossi e Falcone) e una regolare (i due poliziotti Ghezzi e Carella) permette di raccontare la storia da più angolazioni. Gli sbirri, seppure con un loro particolare approccio, sono pur sempre sbirri, cercano riscontri, prove, conferme alle loro ipotesi, vogliono chiudere il caso. Il Monterossi è più attratto dalle contorsioni, dalle piegature che prendono le vite degli altri, pretende di correggere le storture, ma finisce sempre per imparare qualcosa e ha più domande che risposte. Osserva, partecipa, ma in qualche modo è lui che tiene il dossier etico-morale della faccenda. Ha un buon senso della giustizia e un buon senso critico. Ma mi piace che i romanzi siano, come si dice, corali: il punto di vista di Monterossi, un buon borghese sensibile alle ingiustizie, mi interessa come quello di Carella, sbirro secco e incazzoso, o di Ghezzi, che è più umano perché ammorbidito dall’età e dall’esperienza.

Lei è un giornalista, un autore televisivo e un appassionato di musica, quand’è che si è scoperto anche scrittore?
Scrivo praticamente da sempre, da trentacinque anni ogni giorno, per lavoro. Ho fatto i quotidiani, i settimanali, i mensili, la radio, la tivù e pure libri non di narrativa.  Ho scritto il primo romanzo della serie del Monterossi perché avevo una storia in testa e volevo scriverla. Forse ho capito dopo che c’erano anche altre motivazioni: disegnare bene le curve, trattare meglio le parole, meglio di quanto si può fare per mille motivi in un articolo di giornale, dire delle cose su di noi, i posti dove viviamo, le vite che facciamo, senza tagliarle con l’accetta come si può, e si deve, fare in un corsivo.

Da Crapanzano a Deborah Brizzi passando dal giovanissimo Bongiorni fino a Zamberletti che vi è preso a tutti di eleggere Milano come location ideale per i nuovi gialli all’italiana?
Dire che Milano è una location fa molto “milanese”, mi complimento… Scherzi a parte… non mi sono posto il problema, inizialmente: è la mia città, la conosco molto bene, ovvio che il Monterossi, con suo lavoro, il suo tenore di vita, il suo genius loci, si muova per Milano. Bene che si racconti Milano, mi fa piacere, perché la narrazione corrente e accettata (anzi, incoraggiata) di questa città è falsa e conformista. Qui abbiamo avuto Bianciardi e Scerbanenco, Gadda e Testori, Fo e Jannacci… e poi come per incanto Milano è sparita ed è comparsa una città-macchietta fatta di vetrine glamour e grattacieli, boschi verticali e modernismo efficientista, la moda, il design, l’italo-inglese come lingua madre… La narrazione ideologica del “modello Milano”, dell’esempio per il Paese e della “capitale morale” è diventata quasi obbligatoria, spero che nelle nuove narrazioni di Milano si inverta la tendenza, anzi, spero in una ribellione contro il luogo comune imperante. Credo che sia il momento di raccontarla meglio, questa città: sembrerà strano, ma il 99,99 per cento di chi vive a Milano non fa né la modella né il designer…

È notizia ormai che Carlo Monterossi diventerà, presto, anche un personaggio cinematografico. Se lo aspettava quando lo ha creato e che effetto le farà guardarlo in carne e ossa pur con le sembianze di un attore?
Ahah! Non so se sia veramente una notizia, nel senso che non c’è ancora niente di ufficiale, ma sì, ci si sta pensando… Non so davvero rispondere a questa domanda… può essere che sia più difficile scrivere avendo in mente una faccia… ma un personaggio non è solo una faccia, è un carattere, un mood… e poi io penso che il romanzo e il cinema siano mezzi diversi, che non bisogna pensare di fare una fotocopia cinematografica di quello che si scrive. Un buon film può aggiungere, può ridisegnare, credo che se è buono il romanzo da cui si parte potrà essere buono anche il film… per questo bisogna scrivere buoni romanzi e non sceneggiature, quelle sono un’altra cosa e possono essere buonissime anche loro.

Lei è un autore e uno scrittore ma quale è la canzone che le sarebbe piaciuto scrivere?
Che razza di domanda! Ma non fuggirò e direi Don’t think twice, it’s all right di Bob Dylan. E’ una canzone di abbandono astioso, un addio carico di risentimento e sarcasmo, ma è una canzone che lui canta da cinquant’anni, che ha preso via via diverse curvature ed ora ha più la forma del rimpianto e di una rabbia ammorbidita, come di quando non ti ricordi più perché eri arrabbiato ed è solo una parte della tua vita. E’ una canzone importante nella poetica dylaniana e ne esistono mille versioni, acustica, elettrica, country, persino reggae… Dylan l’ha trasformata sempre, stravolta e rimasticata, ma un addio è sempre un addio… sì, mi sarebbe piaciuto scrivere quella, ma ovvio che non sarei stato capace.

Uomini che restano. Intervista a Sara Rattaro

Al caffè Letterario di Tempo di Libri, Fiera internazionale del Libro di Milano abbiamo incontrato e intervistato Sara Rattaro, scrittrice, narratrice, vincitrice di prestigiosi premi letterari e tra le autrici più amate dal pubblico femminile. Il suo ultimo lavoro, Uomini che restano (Sperling & Kupfer 2018) è già tra i libri più venduti del momento e conferma il grande talento della scrittrice ligure.


Sara, ogni romanzo un successo di pubblico e un ampio consenso degli addetti ai lavori, dato tutti i concorsi che vinci, quale è il tuo segreto?
“Credere in un sogno e credere che lo stesso sia realizzabile attraverso la costruzione e la perseveranza. Non dare mai nulla per scontato. Io quando vado in giro, quando incontro la gente cerco sempre di avere una visione originale delle cose, non parto con pregiudizi o costruzioni mentali già predefiniti. Questo fa sì che io riesca a individuare le storie che mi circondano. Presentandomi senza maschere e per quella che sono di fronte ai miei lettori li conquisto perché racconto qualcosa che per prima emoziona proprio me. Questo feeling tra me e loro è probabilmente il segreto del mio gradimento”.

Tu hai una laurea in biologia e una in comunicazione, ma quando ti scopri anche una scrittrice?
“Ho capito di essere una scrittrice perché tutto quello che mi capitava e mi capita tutt’ora io, poi, lo infilo in tutte le mie storie. Sono come una spugna che assorbe quello che la circonda e poi mi metto a comporre. E quando mi chiedono se mi sento una scrittrice io rispondo sempre di sì. Sono una scrittrice. Al di là della mia formazione professionale”.

Come è stato essere ambasciatrice Expo per il nostro Paese?
“Ne sono stata onorata. È stato per me un grande riconoscimento e una esperienza che mi ha fatto molto riflettere sulle Risorse e la Sostenibilità in un mondo che va avanti soprattutto grazie al grande contributo che in questo senso danno le donne”.

Uomini che restano a discapito del titolo parla, in realtà, di una profonda, importante e meravigliosa amicizia tra donne. Quanto c’è di te in entrambe le protagoniste e quanto una simile amicizia può travalicare le pagine di un romanzo ed essere così anche nella vita reale?
“Sono due donne della mia generazione. Potrei essere entrambe e reagire proprio come ognuna di loro due fa nel romanzo. Ripeto, è proprio una questione generazionale. Noi siamo un po’ state tutte figlie della pubblicità del Mulino Bianco, della famiglia perfetta che i nostri anni ci propinava attraverso pubblicità e costume imperante. E da grandi abbiamo dovuto sbattere la faccia contro una realtà del tutto diversa, imparare da quello che ci stava accadendo e affrontare passo dopo passo le problematiche di vita che ogni giorno di presentavano il conto. Per quello che riguarda l’amicizia tra donne: ci credo! Ci ho sempre creduto moltissimo. Così come ho sempre creduto nella solidarietà tra donne, nel rispetto reciproco. Uomini che restano è un inno anche a questo”.

Sara Rattaro è nata a Genova. Laureata in Biologia e in Scienze della Comunicazione, ha lavorato come informatore farmaceutico prima di dedicarsi completamente alla sua grande passione, la scrittura. È già autrice di cinque romanzi, accolti con grande successo da librai, lettori e critica, e tradotti in nove lingue: Sulla sedia sbagliata, Un uso qualunque di te, Non volare via (Premio Città di Rieti 2014), Niente è come te (Premio Bancarella 2015), Splendi più che puoi (Premio Rapallo Carige 2016).

giovedì 26 aprile 2018

Intervista a Deborah Brizzi

Deborah Brizzi, poliziotta, ora scrittrice di romanzi gialli ha chiacchierato con Antonia del Sambro e ci ha raccontato un po’ di lei, un po’ anche del suo personaggio. Fresca di stampa, la nuova opera di Deborah Brizzi “La stanza chiusa” (ed. Mondadori Electa) è il suo secondo romanzo noir, ecco cosa ci ha raccontato:


Lei entra in Polizia nel 1999 e fa parte anche della squadra volanti della Questura di Milano ma quand’è che capisce di essere anche una scrittrice?
Qualche anno dopo, riflettevo su cosa significava indossare una divisa, riflettevo sull’incomunicabilità che a volte questo genera con i cittadini normali, e ho sentito l’esigenza di condividere questi pensieri. Per farlo avevo bisogno di una storia. Così è nato Ancora Notte.

A suo parere scrivere di gialli in Italia è ancora difficile per le donne o è stato sdoganato anche questo dogma?
A mio parere per le donne in Italia è difficile fare qualsiasi cosa. O meglio, è più difficile rispetto agli uomini. Il percorso è ancora lungo e gli stereotipi resistenti. Da quando hanno pubblicato il mio primo libro mi hanno chiesto almeno in due occasioni se fossi davvero io a scrivere. Ora, non so se è più dovuto al fatto che sia una donna o al mestiere che faccio, ma poco me ne cale, in entrambi i casi si tratta di un preconcetto intriso nella società.

Incontrasse Norma Gigli di persona o qualcuna che assomiglia molto al suo personaggio femminile le piacerebbe, ci diventerebbe amica?
Caspita, domanda difficile. Non credo, no. Ci rispetteremmo ma alla debita distanza, siamo due caratteri forti e il peggio è che ci piacerebbero le stesse persone. E questo non è mai un buon inizio.

Ne La stanza chiusa quello che colpisce maggiormente il lettore è la Milano che lei narra, quasi un personaggio in più di tutto il romanzo, qualcosa di vivo e palpabile. Quanto la sua esperienza “sul campo” nella città meneghina ha contribuito a rendere così realistiche le sue descrizioni?
Tanta. Devo dire che fare il mio mestiere in una città come Milano, permette di avere un punto di fuga privilegiato nell’osservarla. Al di là di questo Milano è la protagonista di ciò che scrivo perché la amo. È la mia città e ne sono fiera. Sono fiera del suo modo di accogliere, di integrare, di essere esempio, di trasformare. È senza dubbio la città più europea d’Italia, nonostante questo mantiene una tangibilità che metropoli come Londra, secondo me, hanno perso. Non vorrei vivere in nessun altro posto in Italia, anche se mi piacerebbe moltissimo ambientare un romanzo, o parte di un romanzo, a Napoli. La città di mio padre.

Sta già lavorando al prossimo romanzo o si sta semplicemente godendo il successo di questo momento?
Il più grande successo che ho avuto e che mi sto godendo è quello umano. È la soddisfazione aver incontrato persone che credessero nel mio lavoro e scommettessero su di me, dandomi gli strumenti necessari per raggiungere gli altri. Primo tra tutti, permettetemi di fare un ringraziamento, è Stefano Peccatori. Spero che “La Stanza Chiusa” abbia successo quasi più per lui che per me. Lo meriterebbe! Il terzo romanzo l’ho già iniziato ma non sarà un lavoro semplice… Ci saranno Norma e Milano. Sopravvivranno entrambi? Non lo so. Non ho ancora capito dove sto andando…

mercoledì 18 aprile 2018

Intervista a John Grisham

John Grisham, il titano del legal thriller, lo scrittore che ha trasformato la figura dell’avvocato in qualcosa di shakespeariano, alla fiera Tempo di Libri di Milano 2018 racconta i suoi esordi, il segreto dei suoi romanzi di successo e parla della sua ultima fatica letteraria.


Sei stato avvocato per molti anni: quando hai deciso di voler diventare anche uno scrittore?
Un giorno ero in tribunale nella piccola cittadina dove vivevo e praticavo e ho sentito una storia, una storia che mi ha colpito moltissimo e ci ho pensato su così tanto da volerla mettere su carta e ne è nato il soggetto e poi il manoscritto di Tempo di uccidere. Che ho scritto in tre anni. E sicuramente ero catturato più dall’idea di scrivere che non da quella di essere uno scrittore. Una volta finito ho provato a inviare il manoscritto ad alcune case editrici o agenzie letterarie. E confesso che non erano neanche così famosi o prestigiosi, come editori o agenti. Sono stato rifiutato per diciassette volte! Fino a che ho trovato un piccolo editore che mi ha pubblicato ma non sono diventato famoso, né letto. Anzi è stato un flop. Il successo è arrivato molto dopo e quasi improvvisamente. Quando ho cominciato a essere apprezzato e conosciuto con i romanzi di maggiore successo allora anche i miei primi lavori pubblicati sono diventati dei cult e poi sono arrivate le riduzioni cinematografiche, i riconoscimenti e le traduzioni in 50 Paesi.

Ed è così che sei diventato Grisham, lo scrittore da 20 milioni di copie a libro?
Esattamente. Io non sono nato Grisham scrittore, lo sono diventato perché le storie vere di cui venivo a conoscenza tramite il mio lavoro di avvocato in una piccola cittadina del Mississippi mi affascinavano e mi coinvolgevano al punto tale da volerle mettere per iscritto e narrare. È grazie a questo che scrivo.

Molti autori finiscono con l’essere indissolubilmente legati ai personaggi che hanno inventato e di cui scrivono il più delle volte da anni. Tu che rapporto hai con i tuoi personaggi?
Non ho nessun rapporto. Per me ogni libro è diverso dal precedente così come ogni personaggio è diverso, non mi sento mai legato a loro. Inoltre, una volta fatto il lavoro noioso della rilettura e dell’editing del libro in corso me ne dimentico e gli faccio vivere una vita propria. Dopo tre o quattro mesi dalla pubblicazione addio alla vecchia storia e ai vecchi personaggi, mi concentro sulle nuove idee e sulle nuove cose che voglio scrivere. Alcune storie a volte mi restano dentro però e mi ci sento vicino, capita raramente, ma per i personaggi no, non mi sono sentito mai legato a nessuno di loro.

Qual è il segreto ‒ se c’è un segreto ‒ per scrivere bestseller da 20 milioni di copie?
Non ho segreti né formule ma ho una regola che rispetto sempre: la suspense. Quella deve continuamente esserci perché piace ai lettori e fa vendere. I personaggi devono essere amati dai lettori, i lettori devono volere loro bene e tifare per loro o al contrario ne devono avere paura, devono essere personaggi davvero potentemente negativi. Con questo tipo di costruzione tra reale e fantasia, il libro funziona. Almeno fino a ora ha funzionato.

Che cos’è la grande truffa di cui narra il tuo omonimo romanzo?
La grande truffa negli Usa è quella di studenti poco dotati o di poca volontà che non riescono ad accedere a facoltà prestigiose di università prestigiose e quindi pagano college minori che in cambio di rette altissime li accettano come frequentanti. E per fare questo quegli studenti si indebitano con le università per centinaia di migliaia di dollari pur di aspirare a un lavoro e una carriera che, di solito, non raggiungono affatto. Queste università sono piccole, poco conosciute, non prestigiose e non garantiscono nulla ai propri studenti se non un debito personale che li mette in ginocchio per il resto della loro vita. È la grande truffa americana delle università, qualcosa che non esiste fortunatamente in Italia dove chi ha i soldi per studiare studia e chi è bravo e si impegna viene in qualche modo agevolato dallo Stato. Negli Usa questo sistema del prestito agli studenti, che dura da decenni, invece è una vera e propria bolla speculativa che rischia di far saltare l’intero sistema molto presto. Il mio ultimo libro mette in luce proprio questo: una grande truffa sociale.

A tu per tu con l’autore: Gianrico Carofiglio

Nell’ultima edizione della Fiera Internazionale del Libro di Milano c’è stato un unico vero protagonista, un uomo, uno scrittore che è stato presente quasi tutti i giorni su palchi differenti e sempre con una platea di pubblico e di ammiratori pronti ad apprezzato o omaggiarlo senza risparmiarsi. Gianrico Carofiglio è senza dubbio lo scrittore più amato dal pubblico italiano e che riesce a riscuotere un certo successo anche oltreoceano dato che John Grisham in persona ha dichiarato davanti a tanta gente che anche lui legge i suoi romanzi.

Noi di Thrillernord lo abbiamo intervistato e ci siamo fatti raccontare del suo ultimo libro e della sua attività di scrittore.


Nella sua ultima fatica letteraria Le tre del mattino lei affronta il tema del rapporto padre – figlio, un tema, in realtà, abbastanza trattato dalla letteratura e dalla cinematografia mondiale più e più volte. Solo che i personaggi del suo libro risultano lo stesso originali, diversi, affascinanti e unici. Cos’è che spinge i lettori ad amarli tanto?
“In realtà io, come la maggior parte degli scrittori, cerco soprattutto di raccontare una storia. Io in particolare, poi, ho difficoltà a capire o a dire cosa funziona davvero nei i lettori. In questo ultimo lavoro, che mi sta dando delle soddisfazioni davvero inaspettate soprattutto per quello che riguarda i personaggi, posso ipotizzare che essi piaciono così tanto perché a loro modo sono degli eroi. Sono un padre e un figlio che a un certo punto della loro vita e della loro storia personale hanno il coraggio di saltare dall’altro lato e andare a vedere o scoprire cosa c’è realmente. Di loro, probabilmente, piace il racconto del loro coraggio, della possibilità che si danno di poter cambiare la prospettiva del mondo e della vita che hanno avuto fino a quel momento”.

Quando si apre una qualsiasi pagina web che la riguarda i commenti sono sempre gli stessi: Carofiglio sa scrivere bene. E lei passa con disinvoltura dal poliziesco al romanzo tradizionale fino al fumetto. Dote personale o solo fortuna?
“Quando si scrive credo che qualche regola di buona scrittura valga sempre e che bisogna sempre darsela. È una qualità naturale quella di scegliere le parole giuste, magari non sono sempre quelle migliori ma almeno se ci si accorgere di non usare quelle sbagliate si è già a metà dell’opera. Questa regola mi aiuta sicuramente a dare vita al linguaggio giusto per ogni genere che affronto”.

Non le chiederò quanto c’è di lei nei personaggi maschili dei suoi romanzi, ma quanto in essi c’è dell’uomo del sud?
“Io spesso mi sono immedesimato più nei personaggi femminili dei miei lavori. Parlo ad esempio di suor claudia del romanzo A occhi chiusi ma anche della protagonista del racconto La velocità dell’angelo, in ogni caso vale sempre quello che diceva Flaubert sui personaggi: Madame Bovary s’est moi! Insomma, c’è sempre qualcosa di autobiografico in tutti i personaggi raccontati con onestà, il lettore attento, poi, può capire da solo se c’è anche qualcosa dell’uomo del sud nei personaggi di Guerrieri e Fenoglio”.

Lei è stato chiamato a presentare Grisham sul palco degli eventi della Fiera del libro di Milano, come dire che abbiamo mandato il nostro autore di punta a parlare con il più grande autore a livello internazionale. Che effetto le ha fatto sentire che è tra le letture di John Grisham?
“Grisham è stato un gran signore e lo ho apprezzato davvero perché parlando con lui prima e dopo la presentazione mi sono reso conto che quelle parole dette sul palco non erano solo una gentilezza ma la verità. Ha letto sul serio i miei romanzi e ovviamente questa cosa mi ha fatto molto piacere. Inoltre, prima che lui partisse gli ho regalato una copia del mio libro nato, ora, anche in lingua inglese L’estate fredda e mi ha assicurato che mi scriverà senz’altro quando lo avrà finito di leggere”.

Per finire ho un’ultima domanda politica, o meglio sociale. Se dovesse apparire sulla scena politica nazionale qualcuno come Obama, gli italiani lo saprebbero riconoscere?
“Sì. Credo di sì. Se davvero si palesasse un personaggio di questa importanza e caratura e si presentasse agli italiani come tale sicuramente tutti noi lo sapremmo riconoscere”.
Gianrico Carofiglio

Intervista a Alessandro Bongiorni – Strani eroi

Nell’anniversario del rapimento di Moro Frassinelli Editore pubblica Strani Eroi uno dei noir più avvincenti e originali del 2018 dove il fatto di cronaca, politica e società più importante e grave degli anni del terrorismo si unisce a amalgama alla storia personale di nuovi e strani eroi dando vita a una trama che lascia il lettore senza respiro dalla prima all’ultima pagina. L’autore, Alessandro Bongiorni, nato a Milano nel 1985 e ospite alla Fiera Internazionale del Libro, dove ha raccolto consensi da parte di pubblico e critica è considerato uno dei più promettenti autori di noir italiani.
Milanonera lo ha intervistato a Tempo di Libri  facendosi raccontare tutto sulla sua ultima fatica letteraria.


Sono i suoi personaggi, i protagonisti di questo lavoro. A chi si è ispirato per la loro costruzione?
I personaggi principali li ho creati da zero e per ognuno di loro ho avuto una ispirazione diversa. Cinzia, la prostituta, è nata dal mio desiderio di inserire per la prima volta in un mio libro la figura della donna fatale e contemporaneamente per lei ho preso ispirazione da Anna la Rossa, la celebre spia russa. La figura del colonnello Antonio Ruiu nasce dal fatto che mi piaceva avere un personaggio vicino a Cossiga e che fosse una persona di fiducia del Ministero dell’Interno proprio di quel periodo per quel ministro. Il personaggio del giornalista Carlo Peres nasce, invece, dall’esigenza di affiancare i celebri giornalisti che lavoravano all’Unità in quel momento e che si sono occupati poi con professionalità del rapimento e del delitto Moro con un collega che lavorasse all’interno della redazione anche lui.

Strani Eroi è un romanzo ambientato negli anni Settanta ma scritto con un linguaggio del tutto attuale e contemporaneo. È una scelta voluta per creare un contrasto o solo una svista autoriale?
Assolutamente è una scelta voluta. Il linguaggio attuale usato in questo lavoro è quello mio è come scrivo sempre e mi sembrava un rischio adattare lo stesso alla trama o allo stile degli anni Settanta. Se avessi retrodatato stile e linguaggio avrei rischiato di sembrare posticcio o peggio sarebbe risultato posticcio l’intero romanzo e non era sicuramente quello che volevo.

Tu sei molto giovane e quindi non hai nessun ricordo del sequestro e in seguito dell’uccisione di Aldo Moro eppure riesci a raccontare meravigliosamente il clima e l’ambientazione dell’epoca. Quanto di questo avvenimento è ancora così presente nella coscienza di tutti gli italiani a tuo avviso?
Partiamo dal dire che il racconto del sequestro Moro è per me un mezzo, uno strumento per narrare poi i tre personaggi, è indubbio altresì che la verità che abbiamo tutt’oggi sull’accaduto non è chiara. E questo nonostante tutti i processi e le indagini che sono state svolte nel corso dei decenni. Quello che posso raccontare io e che mi ha colpito moltissimo è la memoria dell’accaduto ancora del tutto intatta nei contemporanei di quel tempo. Durante le mie ricerche per la costruzione di questo libro tutti i testimoni dell’epoca si ricordavano esattamente cosa stessero facendo quel giorno o dove si trovassero. Se dovessi fare un paragone con i giovani della mia generazione dire che è capitata la medesima cosa con l’11 settembre 2001. Ognuno di noi si ricorda perfettamente cosa stesse facendo e dove si trovava nel preciso momento in cui crollarono le torri a New York. E questa memoria storica mi ha aiutato moltissimo a narrare quello che era il clima degli anni Settanta. Raccontando la storia di Strani Eroi anche per quelli che all’epoca non cerano proprio come me.

Basta fare un giro per questa Fiera del Libro per capire quanto la città di Milano sia la vera protagonista di buona parte di noir e dei gialli presenti negli stand degli editori. E lei con il suo romanzo non fa eccezione. Come mai questa scelta imperante del capoluogo meneghino?
Milano è sempre stata una location ideale per scrivere un buon giallo o un buon paliesco anche perché c’è una grande tradizione di giallisti milanesi che parte da Scerbanenco e arriva fino a Carpanzano. Il perché sia così, però, non lo saprei dire. È come se fosse un giallo nel giallo, un mistero nel mistero.